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Maggio torinese
Adesso che il primo maggio è passato possiamo dirlo: maggio è un mese particolare, almeno per molte persone.
Inizia roboante con quelle migliaia di Watt in partenza da Piazza San Giovanni per essere sparate violentemente nel cielo di Roma, riempie puntualmente le Piazze delle principali città di bandiere e precari, perché i lavoratori in grado di poter festeggiare qualcosa sono sempre meno, permette ai giornalisti inviati nelle medesime piazze o comodamente rimasti in studio di fare il punto della situazione, invece di invitarli a riflettere su come agire concretamente per poter mettere un bel punto e basta.
Maggio è un mese particolare, abbiamo detto, e sa esserlo per molte persone.
A Torino, ad esempio, è indissolubilmente legato con quella parte di anime che osserva il colle di Superga sospirando ancora oggi, perché vive e sempre vivrà nel ricordo di un Grande Torino che oggi - oltre alle solite parole di circostanza dei nuovi arrivati in società o quelle delle conferenze stampa di inizio stagione - non riesce a essere uno stimolo davvero valido per quello attuale, stinto oltre ogni immaginazione.
Immaginando di sfilare anch'io per le vie della città, avrei potuto provare a chiedere informazioni sul significato del primo maggio a un Fausto Bertinotti rinnovato nel look, adesso così tanto modesto, perché durante la giornata ho provato invano a cercare la notizia nelle varie dirette e nelle tante edizioni dei telegiornali; a sera nemmeno Parsifal Michele SanToro ne aveva fatto cenno nel corso della sua trasmissione.
Niente, non ho trovato nulla, e anche oggi che è il 2 maggio mi resta il mio piccolo dubbio: chissà come vivrà questo mese la famiglia di Daniele.
Discriminazione, istruzioni per l'uso
Metti un vivace pomeriggio di sabato, magari all'interno di uno di quei "ponti" che tanto amiamo. Immagina la radicata abitudine dello struscio pomeridiano (un tempo lo definivamo "fare le vasche") allargata a frotte di stupiti turisti ed estesa ben oltre la corsia principale di via Roma. Il 26 aprile, sabato, Torino si presenta così e per metterci sopra un carico da undici regala a residenti e stranieri un cielo completo di ogni varietà di colore.
Bene, adesso immagina strade un po' sporche (ma non si sporcano da sole, ripeto ancora una volta) e vetrine tirate a lucido, zainetti e macchine fotografiche, tranci di pizza alternati a coni gelato, scooter a quattro tempi e imbecilli senza tempo a bordo di vetture più adatte allo scenario di Need 4 Speed Underground che alla circolazione sulle strade, sempre poche biciclette e mezzi pubblici tristemente semi-vuoti e poi aggiungi a questo scenario una distinta signora che mentre cerca il telefono che squilla disperato dentro alla sua borsa commenta elegantemente "Chi cazzo è a quest'ora?" e avanti una mezza dozzina di passi una ragazzina poco meno che anoressica ed evidentemente drogata dalla spazzatura televisiva di Maria De Filippi che evita di lasciarti immaginare quale tipo di mutandina indossi sotto un invendibile jeans a vita tanto bassa da farti domandare come fanno certe adolescenti a non inciampare camminando, ecco, metti insieme tutto questo e vivilo con uno spirito d'osservazione di sereno distacco, tra giacche da 750 euro (Corneliani, maledetto...), borse da 4.100 euro (Chanel, mais oui) e la locandina della mostra di Chi muore al lavoro. Sul lavoro, di lavoro, per lavoro.
Tutto questo può serenamente circondarti senza intaccare il tuo stato d'essere se non fosse che in Piazza San Carlo - sì, quello che insistiamo a definire il salotto buono, vero Culicchia? vero Gramellini? - ci sono una serie di sconosciuti che supportati dalla potenza di migliaia di Watt urlano parole incomprensibili unite a una musica più adatta a un rave che a un sabato pomeriggio torinese. Fermi alla San Filippo, vi assicuro che, pur camminando affiancati, era impossibile distinguere le parole della conversazione intrattenuta e posso facilmente immaginare la gioia di chi, invece, sostava in Piazza San Carlo, magari tra gli eleganti stucchi dorati dell'omonimo caffé, oppure del Torino, del Caval 'd brunz o ancora del Mokita.
Adesso, non è che uno sia contrario alle manifestazioni che permettono a sconosciuti emergenti di avere gratuitamente un palco, figurarsi, né pretenda che nelle piazze barocche della città per la quale paga una ICI da residente a Monaco si ascolti la lirica (un genere che, a scanso d'equivoci non appartiene alle minoranze), ma ascoltare della sana sinfonica nel contesto complessivo del sabato italiano non avrebbe sfigurato, magari proponendo al cospetto di Emanuele Filiberto un quartetto d'archi caratterizzato da un programma vivace e decentrando al parco del Valentino la ribalta per il simpatico urlatore che nonostante i suoi encomiabili sforzi ha reso il sabato pomeriggio di turisti e no soltanto un indesiderato avviamento all'impiego di quell'apparecchio acustico che, invece, devono sicuramente conoscere bene a Palazzo di città.
Anatomia del pagliaccio
Per essere definiti - con cognizione da parte di chi esprime tale valutazione - pagliacci, anzitutto è necessario non essere.
Non bisogna essere (né essere stato in passato) un buon manager nel senso più autentico del termine, non bisogna essere (né essere stato in passato) un buon industriale, non bisogna essere (né essere stato in passato) un buon presidente di qualsiasi genere di associazione. L'elenco può proseguire se lo desiderate: non bisogna essere colti, non bisogna essere informati, non bisogna essere (né essere stato in passato) un uomo impegnato, meno che mai politicamente.
Continua
Elezioni
Quando uno scrive un pezzo così, merita di essere eletto direttore. Massimo Gramellini dimostra oggi di essere la penna principale del prodotto confezionato nella cioccolateria di via Marenco, confrontatelo con gli articoli di spalla per averne conferma.
Chissà se un giorno qualcuno di quelli che contano e che staziona intorno al quinto piano capirà quanto bravo sia Massimo e quanto sarebbe stato utile dargli fiducia affidandogli la poltrona di Premier, pardon, direttore.
Un Paese (quasi) normale
E adesso, colleghi dell’«Economist» e dintorni che consideravate l’Italia un caso clinico? Siamo diventati europei persino noi. Una campagna elettorale noiosa, quindi autenticamente democratica. Votazioni senza incidenti. Neanche un bidone della spazzatura trasformato in seggio o una bufala di scheda travestita da mozzarella. All’ora di cena il capo della coalizione perdente aveva già ammesso la sconfitta e telefonato al capo di quella vittoriosa per le congratulazioni di rito, mentre i segretari dei due partiti di sinistra spappolati dagli elettori si dimettevano con effetto immediato, senza finte né scuse. Dalla legge elettorale più brutta del mondo è uscito un Parlamento dove, al posto dei soliti ottantacinque clan, siederanno quattro soli gruppi parlamentari. Sulle piazze e nelle redazioni dei giornali non si respira l’aria degli eventi epocali e nemmeno l’adrenalina dell’incertezza che nel 2006 tenne tutti svegli fino alle tre del mattino. I vincitori esultano senza maramaldeggiare. Gli sconfitti si preparano con dignità alla traversata del deserto. E l’ex e futuro capo del governo è un normalissimo leader che non ha legami con potentati economici, meno che mai nel settore nevralgico della comunicazione…
Va bene, colleghi, nel finale mi sono lasciato un po’ prendere dall’entusiasmo. Mettiamola così. Dopo quelli del Grande Fratello e dei Cesaroni, abbiamo comprato all’estero anche il format della democrazia. E lo abbiamo adeguato alle nostre esigenze, inserendo la figura, per noi indispensabile, del padrone.
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